Art. 3 della Costituzione italiana: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Avevo all’incirca vent’anni quando scoprì i circoli gay della mia città. Non so dire se esistenti già oppure nati in quel periodo ma per me giovane ventenne dei primi anni 2000 era sicuramente una novità.
Ricordo chiaramente la prima volta che mi fermai a bere un aperitivo in uno di questi locali. Nessun ragazzo venne a chiedermi se poteva farmi compagnia. Ora, non che io sia “la più bella del reame”, ma madre natura è stata clemente, per cui non ho mai avvertito difficoltà nell’approccio con il sesso opposto. Capirete quindi il mio stupore, da un lato, accompagnato da una certa serenità, dall’altro, nello stare lì seduta senza alcun tipo di sentimento diverso dal puro piacere di rilassarmi.
Gli anni sono passati e quello che per me era, in quel momento, una cosa nuova è diventata la “normalità”, ove esistesse davvero un termine così poco indicativo o poco descrittivo per definire quale sia la migliore scelta di vita del prossimo, e se per un momento la mia testa ha pensato che finalmente potevamo, come società evoluta, occuparci di altro la realtà mi ha fatta destare quindi, prendendo sempre come riferimento i dati ufficiali, ho voluto verificare come procedeva “la nostra evoluzione”.
Secondo Ipsos, interessati 30 nazioni del mondo ed interpellate 22.500 persone, il 9% della popolazione italiana si dichiara LGBTQ+ ed il 61% degli italiani si dice favorevole al matrimonio egualitario e fin qui ottimo ma, cosa succede se andiamo a guardare il mondo lavorativo? Secondo Istat, dati di maggio 2023, il 41,4% degli intervistati, occupati o ex-occupati, dichiara che essere omosessuale o bisessuale ha rappresentato uno svantaggio nel corso della vita lavorativa in almeno uno dei tre ambiti: carriera e crescita professionale, riconoscimento e apprezzamento, reddito e retribuzione, ma allora c’è da chiedersi: cosa s’intende quando si parla di “società evoluta”?
Fermo restando che, salvo casi particolari, quello che riguarda la vita altrui dovrebbe rimanere “altrui” e questo significa che non sta a nessuno di noi contestare o criticare le scelte di vita personali, resta il fatto che pur vivendo un periodo storico che dibatte di rivoluzione tecnologica, grazie all’avvento dell’IA, se i risultati di un sondaggio danno questi dati significa che come società, teoricamente dotata di logica, abbiamo davanti tantissima strada da fare, mi spiego.
Quando si considera la vita lavorativa si contemplano quelle che sono le skills, le capacità dei lavoratori, la dedizione verso il loro lavoro che pone il lavoratore come adatto a ricoprire un determinato incarico. Se diamo per assodato che le caratteristiche richieste ci siano per quale motivo la scelta di vita personale del potenziale lavoratore prende il sopravvento?
Quello che evidentemente una parte della popolazione italiana ha lasciato indietro è la cultura e come sappiamo questa particolare carenza è madre di mille paure che oscurano i fatti reali. A dar peso a certi sensazionalismi, che di sensazionale non hanno nulla ma hanno molto di vergognoso, ci pensano alcuni “esperti di comunicazione” che, fregiandosi di titoli come fanno i nobili decaduti, enfatizzano la voce dell’esigua minoranza di persone che nei fantasmi vede il proprio scopo di vita. Se come nazione vogliamo davvero spiccare per capacità, competenza ed uguaglianza la prima cosa che dovremmo riscoprire è il buonsenso misto a cultura non intesa solo come mero studio scolastico, anche se già partire da quello sarebbe buona cosa vedendo i dati statistici sui giovani che abbandonano la scuola, ma come formazione dell’individuo sul piano intellettuale e morale che spesso latitano a favore di un pregiudizio padre della discriminazione non solo verso la comunità lgbtq+ ma anche verso i disabili e coloro che, secondo la nostra società evoluta, non rientrano nei parametri della “normalità”, termine altamente abusato quando si cerca un pretesto giustificativo alla manifestazione di ignoranza conclamata.
La realtà è che molti cittadini e cittadine italiani hanno a cuore un’evoluzione della società sana e priva, quindi, di preconcetti che veda tutti ugualmente liberi di esprimersi e scegliere come meglio vivere la propria vita. Basti vedere il fermento, le manifestazioni che hanno caratterizzato il dibattito sul DDL Zan nel 2021 dando la prova di come l’uguaglianza sia già viva tra noi anche se i pochi fanno fatica ad accettarla.